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Sei peccati di giovinezza Rossini: 6 sonate per archi

rossini_sonateSix Sonatas for String

DDD LC 04281
1988 Erato disques
2008 WCJ
APEX – Warner Classics
2564 69511-2
I Solisti Veneti, Claudio Scimone direttore Durata: 73’04

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Reminiscenze classiche in una forma riadattata del Concerto Italiano, nel gusto della sonata intesa come motivo d’incontro e di condivisione per l’appunto da “sonarsi”, i sei divertimenti per due violini, violoncello e contrabbasso seguono uno schema che prende il largo dagli equilibri del quartetto e assume un carattere d’intrattenimento ludico. Nella versione diretta con ingegnosa mano d’opera da Scimone, i Solisti Veneti lasciano assaporare quello spirito degno di un gruppo collaudato, impreziosito da un gusto nobile ed elegante. Le sei sonate echeggiano come compromesso tra estro ed esercizio assecondati da un organico arricchito e rafforzato, inteso come papabile scelta per una certa galanteria riferita ai modelli mozartiani preesistenti delle sonate per archi. Un disco godibile, riedito nel 2008 che, nel cinquantesimo anno di attività dei Solisti Veneti neovincitori della ventinovesima edizione del premio “una vita nella musica 2008”, rivela un Rossini artigianale e in vena didascalica, già prodigio alla ricerca di una propria definizione alle prese con le tempeste e gli umori che lo caratterizzeranno per la spiccata vivacità operistica. La lettura delle sei sonate, da parte di Scimone, offre un Rossini in vena di peccati di giovinezza come da una sua ammissione in calce al manoscritto: “Sei sonate orrende, composte da me nella casa di campagna del mio amico e mecenate Agostino Triossi, a Conventello nei pressi di Ravenna, e questo nella mia più giovane età, senza aver neppure ricevuto una lezione di basso continuo. Esse furono tutte composte e copiate in soli tre giorni ed eseguite in modo cagnesco da Triossi al contrabbasso, Morini al primo violino, il fratello di quest’ultimo al violoncello e io stesso al secondo violino, e per dir vero il meno cane…”.

Paolo De MatthaeisSuonare News (2008)

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Gli ingredienti Alchemici Mozart: Trio “Kegelstatt” K.498*

moz1Brahms: Trio Opus 114

Julian Milkis, clarinetto
Alexander Kniazev, violoncello
Valery Afanassiev, pianoforte *registrazione in prima mondiale reg. 19/12/2001 (live)
Durata: 53’49

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Un insolito Trio, fabbricato ad arte per un Mozart diverso, è la particolare nuova registrazione di Kegelstatt K. 498, il trio detto dei Birilli che adopera il violoncello invece che la viola accanto al clarinetto e al pianoforte. La scelta potrebbe far dubitare ma l’idea è quella di rendere il contenuto superando il supporto con la convinzione che il messaggio non sia imprigionato nello strumento ma nell’idea di partecipare a un grande gioco. Ogni rigo della partitura diventa un’entusiasmante partita a tre con i giocatori che s’inseguono disegnando traiettorie rocambolesche sulla pista immaginata da un Mozart burlone al di fuori dagli schemi e dalle convenzioni. Milkis, Kniazev e Afanassiev sono gli ingredienti ideali di questa ricetta alchemica e si scoprono compatibili e simpatici anche nell’affrontare il trio op.114 di Brahms.
Il trio è del 1891 e segue di qualche tempo la decisione di Brahms stesso, esplicitata in alcune lettere, di non scrivere più nuova musica.
Da questo proposito fu distolto grazie all’incontro con il clarinettista Richard Mühlfeld: «Pensavo che per tutta la vita ero stato abbastanza diligente, che avevo raggiunto abbastanza, che avevo una vecchiaia senza guai e che ora potevo goderla tranquillamente. E questo mi appagava tanto, che d’improvviso ebbi un ritorno di fiamma». Le strutture del trio rispettano ancora i dettami classici, ma il livello a cui era giunta la sua tecnica di elaborazione del materiale fa sì che il senso di uno sviluppo continuo della musica domini anche sulla comparsa di singole idee melodiche. I tre artisti sono impegnati in un fitto dialogo, come se Brahms avesse voluto importare nell’organismo del trio con clarinetto la logica del quartetto per archi; l’enigma è risolto dai tre musicisti in un sortilegio alchemico.

Paolo De MatthaeisSuonare News (2008)

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Su, coraggio! Non sono cattiva. Dolcemente dormirai fra le mie braccia!

30_bigSchubert: Quartetto per archi Der Tod und das Maedchen Op. 14
Schumann: Quintetto per pianoforte e archi in mi bemolle maggiore, op.44 (1994)

Quartetto Borodin
Mikhail Kopelman Andrei Abramenkov violini Valentin Berlinsky violoncello
Sviatoslav Richter pianoforte
Disco TELDEC – 0630-18253-2
Warner Classics 2008

Durata: 73’84

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Un quadro raffinato è Der Tod und das Maedchen Op. 14 (La morte e la fanciulla) di Schubert, amoroso corteggiamento tra la giovinezza e la Natura in un’alternanza di inseguimenti e civetterie. Il quartetto Borodin interpreta l’opera con abilità ed equilibrio, in armonia con la passione e la “resignazione” fatta di un materiale tematico delicato ed elegante. Affettuose effusioni si cercano in un gioco seduttivo e appassionante che lascia senza fiato passando dalla spensieratezza alla consapevolezza del riposo. Il seguito lo scrive Schumann nel quintetto in Mi bemolle maggiore op. 44. Richter al pianoforte riesce ad ordinare un infinito sognato celebrando la passione sbocciata tra gli eroi amanti, che solo il destino parrebbe ridurre finalmente insieme. “In modo di una marcia” si arriva ad un crepuscolo divino avvolti da una quiete surreale, incatenati

da un corpo ed una forma che consacra gli interpreti mentori sublimi di un’arte profonda, capace di sprigionare scintille e fiamme in un solo concerto per piano ed archi. Passione e tempesta vibrano con le corde del quartetto Borodin, in un’appassionante racconto fatto d’intese ed intensi frammenti melodici strappati alle farfalle e alle visioni romantiche senza il limite dell’immaginazione.

Richter alimenta il sogno con il suo pianismo eroico, poeta sublime nel tentativo di vincere il Tempo e la Natura delle cose, persino la Morte. Coraggioso, ardito, cosmico ma mortale, perciocché la Natura sembra riprendersi il di lei figlio bisbigliandogli dolci parole per farlo addormentare in un tenero abbraccio mortale.

Paolo De MatthaeisSuonare News (2008)

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Il profumo delle fiabe

mussorgsky1Mussorgsky/ Gorčakov Pictures at an Exhibition Prokofiev
Classical Symphony

London Philarmonic Orchestra Kurt Masur (direttore)

WARNER CLASSIC/Apex Teldec DDD LC 04281 1991/2012 durata: 48’ 03

★★★★★

 

 

 

 

Warner Classic propone un intrigante Kurt Masur alle prese con la London Philharmonic Orchestra, che sensuale e britannica s’adopera nel leggere Solženicyn in un programma più che colto, attraverso la musica di Mussorgsky e Prokofiev.
Consumati – e azzarderei collaudati – scivolano via i quadri a passeggio di una vagheggiata visita guidata attraverso le fiabe e i costumi immaginati da Sergej Gorčakov, che ha restaurato La corazzata Potëmkin conservandone il tratto e l’inquietante sagoma di un Byldo colmo di speranze che s’allontana rumoroso. E’ il romanticismo di Mussorgsky portato alla razionalità cresa e sazia di deliri, attraverso gnomi e castelli in un barlume visionario che conserva l’anima mostricida già divelta da Bosch e Dalì, in mezzo a sogni curiosi dove un pendolo si trasforma in una capanna poggiata sulle zampe di gallina a sciogliere l’idea del tempo tra ricordi di antichi cemeteri e contaminazioni, in lamenteveli questue tra ebrei e chiassosi litigi infantili al mercato. S’intravede, finalmente la grande porta di Kiev. Un viaggio che si conclude passeggiando attraverso situazioni impreviste, un finale già scritto fin dal primo squillo di tromba fino a un glorioso e zarino traguardo condotto per mano da una ormai assilante litania!

Un cammino di redenzione dove echeggia persino un inno ortodosso, tra trionfi di crismi ed amplificazioni che celebrano il racconto dell’amicizia per Hartmann, pittore e architetto scomparso il cui ricordo spinse Mussorgsky a costruire questa piccola memoria.

Masur è un interprete geniale e l’orchestra lo asseconda in una conduzione pulita e fin troppo didascalica. Attento ai colori e alla orchestrazione, ripercorre le scene composte per pianoforte quasi fosse Mendelssohn in un parlante Schumann soggiogato dalla febbre e dalle passioni travolgenti di queste miniature. Segue la Sinfonia n. 1 in re maggiore di Prokofiev, che doveva essere nell’idea del compositore un lavoro ispirato a Haydn e a Mozart quindi, battezzata da lui stesso “Classica” .

Articolata in quattro movimenti, prelude un’atmosfera primaverile dove s’avvicendano temi caratteristici che ricordano le favole, anzi, la favola.
Aspettiamo tutti Pierino, il lupo e tutti gli animali, nonni e cacciatori – festivamente oboe, flauto, corno, clarinetto e fagotto – che si corteggiano accarezzati dal soffice contrappunto degli archi. Effetti in crescendo caratterizzano le modulazioni in movimenti chiaramente leggibili e rigorosamente studiati in un esercizio a tavolino. Con eleganza la sinfonia suona in una Gavotta per abbandonarsi ad un finale d’intensa scrittura ludica di liriche già viste e raccontate.

C’era una volta, in un posto lontano lontano, una tigre luminosa di simmetrie originali. Ma questa è un’altra storia.

Paolo De MatthaeisSuonare news (2012)

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Sileno e le stelle

dedicaDEDICA

DANIEL MATRONE
SERGIO CALLIGARIS
Sonatas for flute and piano (2009/2010)

Mauro Conti (flauto) Alessandro Stella (pianoforte)

CONTINUO CR103 reg. 24-25/03/2012 durata: 32’ circa

 

 

 

Dieci anni di amicizia, celebrati con due sonate per flauto e pianoforte, in un caleidoscopio fatto di gemme brillanti s’inseguono in ragionate figure magiche. Un passaggio cantato in un’epica mite tra le dita degli interpreti – piacevoli strumenti di viaggio – fa rotta per Delos nella Sonata pour flùte and piano, dove Sileno affabula richiami e motivi agresti, complice il flauto, con raga sognanti di luci e profumi, intravisti tra frammenti eleganti che vestono di charme suggestivo paesaggi di armonie lontane.

Una vera e propria epigrafe antica, che al tratto ricorda Debussy, rende la scrittura di Daniel Matrone tradizionale ed espressiva, in quel discutere caro alle modalità francesi, così “vive” nel concertare idee, tra ritmi e suggestioni, improvvisando in un perimetro ben definito dall’epicentro stesso dell’organum. Suonano gli accordi, tuffati come ancore a interrompere lo sciabordio dell’onde in quella sabbia d’oro. Suonano le stelle, nel cielo e nei bazar. Suonano ovunque, persino ad Alessandria in agosto.
Mauro Conti al flauto e Alessandro Stella al pianoforte animano la Sonata op. 50 di Sergio Calligaris, intrecciando corali e temi in un aristocratico tessuto polifonico, nel quale i due strumenti si completano, e quasi si perdono, attraverso l’artificio tra luci di scintille che misurano l’abilità degli interpreti. Partitura ispirata e articolata all’inseguimento della chimera pianistica nell’idea di Renzo, dove germoglia ogni favola musicale. Un finale esaltante, preludiato dall’eco di un malinconico Gershwin, a tratti Pierrot Lunaire, Marotte di squisita tenerezza a rivelazione di tragiche epifanie, per un arazzo principesco cucito con forza sul cromatismo.
Il duo è ben assortito, scrupoloso e attento al dialogo – una dedica da primato, auspicio per nuove decadi d’emozioni.

Paolo De MatthaeisSuonare News (giugno 2012)

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Gould e la strenna di Natale delle Goldberg (The Complete Original Jacket Collection)

gould2Glenn Gould
The Complete Original Jacket Collection
2007
Sony
Classical, Piano
80CD
contenuto

Parrebbe il 2008 l’anno di Glenn Gould, così sotto l’albero, quest’anno abbiamo trovato un cofanetto

contente 80 compact disc ristampati recentemente da SONY – The Complete Original Jacket Collection.

Una sezione “quasi aurea” racchiusa tra le due versioni delle Variazioni Goldberg incise da Gould e capita forse per caso o per qualche folle intuizione il rilascio dell’integrale delle incisioni dopo tanta “guerra” discografica tra editori.

Le Goldberg suonate e registrate da Gould nel 1981 rappresentano il punto nuovo di partenza per un pianismo metafisico, fuori da ogni dimensione logica dove l’idea di tempo viene consumata e superata nota dopo nota. Gould suona Bach, anzi Bach suona Gould in un ingranaggio geniale di un linguaggio fatto per quei pochi iniziati che scoprono il senso dell’opera in un attimo.

Incorniciata l’opera di Bach diventa, a pretesto, l’opera di Gould che chiude il cerchio. Un cerchio intravisto tra le trenta variazioni in un percorso tra fanatismo religioso e matematica, presunzione che sia “quello” il vero senso della vita.

Un’archeologia intenzionale, volta alla riscoperta dell’indole degli antichi in un linguaggio dimenticato, farneticato, sognato, nascosto dietro quei caratteri incisi e appena pronunciati in un mormorio amico dell’uomo che conosce gli orpelli delle divinità celebrandosi in un rituale procrastinato.

Il passaggio nel mondo delle registrazioni si apre e chiude con le Goldberg nel microcosmo “Gould” grazie ad un testo allegorico e colorito. Enigma che dovrebbe in qualche modo rappresentare l’orologio delle ragioni terrene, spiegandone il motore ovvero la vita. Follia o Ragione ?

Couperin tre anni prima mette in musica Les follies francaises nascondendo con un mantello “invisibile” la melodia della Follia, facendola intuire tra i colori dei Domino in una sarabanda popolare di ringraziamento facente il verso irriverente alle litanie dei Santi auspicio di fertilità. Piagnucolata dai matti, dagli schizoidi e timorati di Dio. Bach trasforma e rilegge la linea melodica del basso delle proprie Variazioni sulla falsa riga di Vom Himmel Hoc versione modificata di “tu scendi dalle stelle” e usa la stessa arte per combinare le melodie nascondendo il senno o l’anima dei folli nell’Aria.

Ecco che il viaggio di GouldBach prende forma; il bagatto, il pianista, produce la sua alchimia mescolando gli elementi.

Gould racconta un mondo curioso, fila un discorso complesso esplorando una tastiera immaginaria sempre più pesante e ponderata concentrato in ogni movimento affronta le difficoltà con quell’intelligenza provata esplorando ed esplorandosi da solo al piano sulla propria seggiola scricchiolante.

Ogni variante è pezzetto delle proprie membra e persino il mormorio che l’accompagna sembra recitare un santo rosario.

Was Gott tut, das ist wohlgetan! – tutto quello che Dio fa, è fatto bene! Eppure s’è scritto tanto su queste melodie peregrine cercando la definizione di Quodlibet nei romanticissimi discorsi di Forkel. S’è scavato fino alle bergamasche per evidenziare l’originale talmente lontano dalla realtà e dai conti di Eulero per giustificare l’esistenza di Dio. Una trinità devota quella di Bach che Gould accompagna cantando sottovoce. Un capolavoro teologico per iniziati, dove c’è il Padre, il Figlio e lo Spirito in un alchimia affascinante completa nei suoi elementi.

Le variazioni finiscono lì, chiude l’ “Aria da capo” e Gould muore l’anno dopo.

Paolo De Matthaeis

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Lo Scettro e la Marotte

rigolettoRIGOLETTO – Giuseppe Verdi

Fischer-Dieskau · Bergonzi · Cossotto · Vinco

Orchestra del Teatro alla Scala

direttore – Rafael Kubelik

reg. 1964

Int. Rel. 27 Maggio 2005

2 CD

Deutsche Grammophon

CD ADD 0289 477 5608 8 GOH 2

 

 

De ce ciel bizarre et livide,
Tourmenté comme ton destin,
quels pensers dans ton âme vide
Descendent? Réponds, libertin.
-Insatiablement avide
De l’obscur et de l’incertain,
Je ne geindrai pas comme Ovide
Chassé du paradis latin.
Cieux déchirés comme des grèves,
En vous se mire mon orgueil;
Vos vastes nuages en deuil
Sont les corbillards de mes rêves,
Et vos lueurs sont le reflet
De l’Enfer où mon coeur se plait.
Horreur Sympathique, Les Fleurs du Mal (1857) Baudelaire


Lo Scettro e la Marotte

Era il 1832 quando Victor Hugo scriveva Le Roi s’amuse, dramma inscenato su Triboulet, un deforme buffone alla corte di Francesco I vittima di una maledizione, prigioniero di un incubo. Nel 1851 Giuseppe Verdi lo ripropone riadattato da Francesco Maria Piave e lo chiama Rigoletto, col riso amaro delle censure ad un intrigante opera di travestimento.

Triboletto diventa, dunque, Rigoletto, edulcorato protestante incapace di gridare la sua Fede, mascherato oltremisura con un nuovo costume. Solitario, circondato e divorato dalle proprie paure, soggiogato dalla purezza e dal peccato, carnefice di sé stesso, il giullare di corte dialoga e interagisce in una follia elegante con gli altri personaggi, schegge e ed emanazioni della sua stessa anima, ombre che lo irretiscono e lo terrorizzano.

Il castello esoterico costruito da Hugo crolla, così, sotto la drammaturgia del Piave, il quale costringe a un percorso a ritroso per ricostruire un simbolismo che era esplicito già a partire dai nomi dei personaggi. Marullo è il Marot dell’originale, la marionetta di Triboulet che narcisetta è riflessa e rivolta al chiassoso groppo dei cortigiani, vil razza dannata. Gilda – Blanche nell’idea originale di Hugo – è simbolo dell’anima trasparente e pura del buffone, vulnerabile e da proteggere come una figlia; perirà soggiogata e immolata alla passione e alle lusinghe, al peccato e dalla spregiudicatezza libertina del Duca.

Nel 1964, complice di una orchestrazione avvolgente, Rafael Kubelik manovra il suo Rigoletto in una storica registrazione Deutsche Grammophon assieme all’orchestra della Scala di Milano: ne dà una lettura sinfonica quasi dantesca, movimentando tripudi e parafrasi mefistofeliche tra continue sollecitazioni emotive, innestando una nuova e misteriosa ombra nel coro.

La rilettura di Kubelik introna finalmente Verdi sullo scranno di Re Lear brandendo lo scettro del romanticismo; imbocca il suo folle trascinandolo in un curioso dialogo religioso consumato attraverso la solitudine del giullare, inghiottito dalla propria personalità in un buio infinito che lentamente rapirà tutte le altre figure del dramma sopra un rustico palcoscenico di provincia.

L’ascolto è percepito tra diverse insenature somiglianti a un vero e proprio golfo mistico con l’orchestra, dove a monte le ombre inseguono e assillano il protagonista che con esse ingaggia i suoi monologhi. Sotto una pioggia d’estreme emozioni la personalità di Rigoletto è sedotta da travolgenti capovolgimenti sonori, scatenati ad arte col precipitare dei fatti indicati e accompagnati, con intelligenza e puntualità, nel corso d’opera.

La concertazione è suntuosa, per un’autentica Passione, oggi narrata dal solito Fischer-Dieskau, amabile e impeccabile, fragile, pio: un devoto lanzichenecco folle d’amore. Ed è un tenero burattino il suo Rigoletto: manovrato da un’invettiva maldicente che lo suggestiona, sopraffatto da un desiderio d’onnipotenza, questo Alichino policromo servitore si misura e si dispera con sé stesso attraverso l’audacia sfacciata del suo ritratto, come in un onirico racconto d’Oscar Wilde. Trema un vagheggiato Götterdämmerung, una ricreazione presagistica da Crepuscolo degli Dei. Il contrappunto di Verdi, attraverso una caritatevole mistica, regala febbrili emozioni identificando ogni personaggio mediante una caratteristica melodica, che il dramma propone come parte dell’inconscio del nostro buffone.

“Ho bisogno di vendetta come un uomo affaticato ha bisogno di un bagno” commenterà nel 1857 un altro maledetto tra consolazioni e Liebestod. Circondato da sentimenti di rivalsa, rabbia, sconforto e resignazione, l’io-Rigoletto s’interroga allo specchio tramite un ingegnoso quartetto riflesso dalla Scotto (Gilda) assieme alla Cossotto (Maddalena, l’anima adultera, sorella della morte) con l’adamantino Bergonzi (il Duca). I personaggi finalmente riuniti rappresentano il sovrapporsi dei corteggiamenti subiti in scena dal Triboletto, titano irascibile che sfida la natura sbeffeggiandola e nulla può contro la morte, riconsegnatagli puntuale in grembo alla dodicesima campana.

Gilda muore, lasciando il re nudo schiavo del suo scettro, marionetta ideale d’un dramma umano: il nostro quotidiano, orchestrato con eleganza. Attraverso Verdi, Kubelik eredita un regno felice, complice un cast stellare artefice di una delle più belle rappresentazioni mai allestite.

Paolo De Matthaeis