Pubblicato il

Online il nuovo Bando per l’ampliamento organico orchestrale 2017

 

 

E’ finalmente online la pagina che invita i musicisti a partecipare alle iniziative e alla programmazione musicale della Cappella Musicale Costantina.

L’Attività della Cappella Musicale Costantina già certificata A.Gi.Mus dalla sezione Roma – I Luoghi del Sacro è ormai una realtà conosciuta nell’ambiente romano per il suo carattere trasparente e lineare corroborato da un disegno progettuale chiaro che in tanti anni ha significato per molti giovani un punto stabile di riferimento.

L’idea musicale di “avviamento alla musica” attraverso le pagine dei grandi autori ha permesso in tanti anni di dimostrare che la musica vive dappertutto ma che va conosciuta e riscoperta alla luce di punti di vista differenti – mescolando saperi ed individui in una ricetta alchemica forte ed irrinunciabile.

La Musica è Arte necessaria per comunicare condividere esperienze che solo alla luce di saperi ed esperienze possono essere d’aiuto alla formazione del singolo ad uso della propria realizzazione e formazione.

Dopo tantaattività svolta con umiltà e onestà intellettuale con piacere riformuliamo l’invito a partecipare sottoforma di bando all’indirizzo http://www.cappellamusicalecostantina.com/bando

 

Pubblicato il

Un tuffo per una fuga immortale

JOHANN SEBASTIAN BACH
 Karl Richter
 The Originals
 Orgelwerke
 Preludes and Fugues
 Trio Sonatas
 Toccatas and Fugues
 Canzona BWV 588
 Chorale Settings
 Choralpartita BWV 767 + BWV 768
 Passacaglia BWV 582
 Karl Richter
 Int. Release 01 Feb. 2005
 3 CDs
 0289 477 5337 7 3 CDs ADD GOR3

Un tuffo per una fuga immortale

“Se passi davanti a una chiesa e senti suonare un organo, entra e mettiti ad ascoltare. Se poi hai la fortuna di poterti tu stesso sedere a un organo, prova la tastiera con le tue piccole dita e rimarrai stupito dinanzi a quell’immane potenza della musica.”

Sono alcune piccole note, regole di vita musicale (Musikalische Haus und Lebensregeln) compilate da Robert Schumann a compendio del suo Album per la gioventù, pubblicato nel 1848.

Se oggi, per caso, il tuo orecchio scorge una musica di Bach interpretata all’organo da Karl Richter, fermati subito, chiudi gli occhi e – ti dico – rimarrai beato ad ascoltare senza patire noia.

Le note sembrano scolpite michelangiolescamente nella roccia e chiacchierano, s’animano e corrono a costruire un paradiso pagano dove le voci si rincorrono ordinate.

Muove, mentre scrivo, un tema di fuga principiato con registri dal suono nobile e nasale, a cui attorno germogliano, con candore, eleganti melodie di cinguettanti mondi in contrappunto. Armonicamente il suono si fa sempre più presente, e profondo, in un immaginario sonoro carico di sfumature, che scopre nudi dall’ordine dorico.

S’afferma a poco a poco, netta presso un inno sacro, una processione che s’ode, mistica, menar per la calle tra nacchere e sapori di fado, a guisa d’un religioso fandango.

La lettera di Bach è solo pretenziosa, e il sentiero non è quello nuziale d’una antica passacaglia (Bwv 582) qualunque, ma d’una pia prece recitata e passeggiata in un rosario spettacolare che, camaleontico, s’ostina a compiere l’ennesima stazione.
Karl Richter è l’interprete ideale – tecnicamente impeccabile – del Bach organistico; seduce il pubblico con l’intensità di un amante colto e sapiente, capace di coinvolgerti e travolgerti persino tra gli incensi di quei misteri sacri e accessibili a pochi, fatti di simboli ed epifanie.

Il barocco delle meraviglie aveva già creduto nella familiarità di motivi noti che, rivolti, canonizzati e incrociati, riempivano le fredde giornate nelle chiese luterane della gente comune. L’abilità del Kantor, Bach, era ormai provata nello sviluppo dei temi, che improvvisamente si trasformavano in fughe, preludi e fantastiche visioni che s’intrecciavano a piacimento (quodlibet).

La fuga tripla sull’inno di Sant’Anna (BWV 552) o quella scritta sulla nota melodia della “Bassa Fiamminga” (BWV 542) dal sapore esotico e caratteristico tanto diffuso in terra belga, il fitto ricamo che avvolge quasi l’eco dell’aria “Geliebter Jesu, du, du allein sollst meiner Seelen” BWV 16 pure trasformata nel tema della fuga in la minore (BWV 543), ci riportano tutte al mondo delle Cantate. Un giardino delle delizie, fertile d’ispirazione per ogni traduzione organistica.

E con lo stesso piglio Richter affronta le trascrizioni originali proposte in questa raccolta della Deutche Grammophone. In quasi quattro ore di musica, affiorano i corali pubblicati da Johann Georg Schübler nel 1748: Wachet auf, ruft uns die Stimme (BWV 645) e Kommst du nun, Jesu, vom Himmel herunter (BWV 650), ovvero trii ricavati dalle arie principali delle Cantate BWV 140 e 136, mentre le celebri Toccate catalogate 538, 540, 565 s’alternano a sviluppare i soliti temi caratteristici che fanno il verso alle spensierate feste dipinte da Bruegel, animate da reminiscenze gotiche e lubecchiane.

Persino le Sonate per organo a tre parti (BWV 525, 526, 529) celebrano quel gusto Italiano di concertare in un acrobatico equilibrio, che sembra muovere strumenti differenti, in una scelta indovinata di temi e motivi riconducibili a frammenti archeologici, affiorati “innanzi a quella foce stretta che si chiama colonne d’Ercole dove nel volgere di un giorno e di una brutta notte tutto in massa si sprofondò sotto terra, e l’isola Atlantide similmente ingoiata dal mare scomparve” (Platone, Timeo).

Così vola libero quel tuffatore di Paestum – si libra nell’aria e rimane sospeso tra flutti e colonne – vivo ed eterno a sfidare il tempo, proprio come queste musiche, suonate con sapienza, che nonostante gli slanci del progresso rimangono ancora attuali.

Karl Richter muore nel 1981 e lascia al mondo il suo Bach, così bello e perfetto che proprio non vuole naufragare in questo suo mare e si lascia ammirare, mentre, immortale, si tuffa nell’infinito.

Paolo De Matthaeis

Pubblicato il

Monteverdi: la critica social a través de la opera, Universitas Humanística n.38 año XXIII julio diciembre 1993, Pontificia Universidad Javeriana

monte2Los cuatro siglos de historia de la musica que transcurren a partir del comienzo del siglo XV y finales del siglo XVIII, se caracterizan en la historia de las bellas artes, por aquel complejo fenomeno social, economico y cultural que se llama "mecenazgo".

La palabra mecenas indica aquella persona que  por amor a la cultura patrocina las actividades artísticas, o las hace posible con su dinero; aun esto no es suficiente para definir a los mecenas de esa epoca. Ellos no solamente tenían dinero, sino también el poder politico; el mecenas era el emperador, el rey, el principe, cualquiera que hubiese tenido autoridad o dominio sobre un territorio mas o menos grande.

La nobleza usaba el dinero como un instrumento de poder y privilegio, para simbolizar su status social. El poder era también el poder cultural es decir, el conocimiento, la información, la erudición, la posibilidad de producir ideologías y formas de pensamiento.

En las cortes, o antes entre las familias de la nobleza, se reunían estudiosos, filósofos, hombres de ciencia y artistas que en formas diferentes tenían los mismos intereses culturales del mecenas. La musica fue constantemente no solo una forma para deleitar, sino también un instrumento para educar el alma. En el siglo XVI el musico era un hombre  digno de admiración y de respeto, pero todavía no tenia completa libertad estilística. El publico de sus obras no era la sociedad en su totalidad, sino la nobleza o la iglesia que lo patrocinaba para  que produjera obras útiles correspondientes a sus finalidades.

Durante la Edad Media, nacieron los centros de producción cultural desarrollándose bajo el control de la Iglesia; desde el sigloXIV y sobretodo en el siglo XV, el eje cultural empezó a moverse hacia la nobleza que poco a poco adquiriría la posibilidad y el prestigio suficiente para ser un nuevo modelo  de ideal humano diferente al de la Iglesia.

La primera fase de este largo proceso empezó en Italia y toma el nombre de Renacimiento. El impulso al movimiento renacentista fue dado por aquella tendencia del '300 y '400 que se conoce bajo el nombre de Humanismo. El Humanismo es el movimiento que trata de descubrir de nuevo la civilización griega y latina; la poesia clásica, los filósofos antiguos, los ideales estéticos.

El hombre renacentista consideraba a la Edad Media como una fractura en el desarrollo de la civilización; esta fractura había de curarse a través de los modelos del arte de la civilización griega; así nació el concepto de clasicismo , muy importante para el desarrollo de toda arte.

En la corte florentina de Lorenzo de Medici, que se encontraba llena del ideal humanístico, la musica se consideraba como extension de la poesia y no como una forma independiente y organizada. Solo en la segunda mitad del siglo XVI, empieza la teoria musical con la que se impusieron los fundamentos de la armonia clásica, del sistema bitonal mayor-menor, que sustituyo el sistema modal que era el fundamento de la polifonia. El teorico mas importante de ese periodo era Gioseffo Zarlino, que trata por primera vez de organizar la musica, no según una logica abstracta, como por lo general ocurría con las teorías de la Edad Media, sino a través de una racionalidad inmanente a las relaciones entre los sonidos mismos (1).

La idea mas sobresaliente que se encuentra como fundamento en las teorías de Zarlino, es aquella que plantea que la armonia se basa sobre los intervalos de tercera mayor tercera menor, construyendo así los principios de una armonia acordar, donde el acorde esta echo por las terceras sobrepuestas. (2).

Carlino creia que la musica era totalmente autonoma, y que la union con la palabra no significaba completar un idioma por si mismo incompleto, sino la union de dos idiomas autónomos. Proponía que la musica no debía seguir a la palabra y adaptarse a ella, sino conservar su racionalidad diatonica y sus leyes. Vincenzo Galilei, musico de la Camerata de Bardi, decía que esta teoria era absurda porque era equivalente a la union de dos idiomas; la musica debía ser melodia; no había que considerar a la armonia para que se valorizara una frase poetica. (3)

Esta teoria atrajo a Claudio Monteverdi, quien en 1584, publica un tratado titulado SECONDA PRACTICA, OVVERO PERFEZIONE DELLA MODERNA MUSICA, donde entra en polemica con Zarlino y sus alumnos (Prima Prattica).

Monteverdi considero las teorias de Galilei, en las que la musica tenia que seguir a la palabra y ampliar los contenidos poéticos, como un medio para transformar a las palabras en imágenes sonoras, donde las disonancias sirvieran para que la musica pudiera describir con mayor realismo el texto poetico. (4)

Esta nueva tendencia se desarrollo en una nueva forma en la que el canto es monodico al igual que en el teatro griego, pero tiene un fundamento armonico en el cual la armonia es bitonal mayor-menor y donde las disonancias sirven para imprimir mas fuerzas a las palabras.

Basado en esta teorias, Monteverdi publica en 1608 la opera ORFEO, sobre el libreto de Alessandro Strigio. Esta opera fue representada en Mantua en donde Monteverdi estaba al servicio de los Gonzaga. Aunque el se baso sobre ideas anteriores como Euridice de Jacopo Peri o La Favola di Orfeo de Angelo Poliziano del 1494, esta nueva opera de Monteverdi tiene mayor calidad y estilo, y una mejor organización en el libreto de Alessandro Strigio.

La orquesta comprendía 35 instrumentos jamas usados contemporaneamente, entre los cuales se incluían flautas, cornetas, trompetas, trombones y una serie completa de instrumentos de cuerdas e instrumentos varios para el bajo continuo. En muchos trozos el compositor especifica cuales instrumentos deben usarse.

La partitura, ademas, contiene 26 breves movimientos instrumentales, entre los cuales aparece una toccata y diversos ritornelli; en esto se nota como Monteverdi no solo explota sus conocimientos de experto madrigalista, sino también las posibilidades policromas experimentadas por los Gabrieli, cuya obra seguramente no debían serle desconocidas.

ORFEO es una opera que se utilizo para celebrar las bodas que estrecharon vínculos políticos entre los Medici y los Gonzaga; su estilo es elegiaco y tiende a magnificar el evento social del matrimonio, convirtiéndose en simbolo de los dos siglos el los cuales estas familias en Florencia y Mantua favorecieron las bellas artes.

en 1613 Monteverdi se traslado a Venecia donde fue organista en la Basilica de San Marco. Allí escribe dos operas muy diferentes al carácter de ORFEO, como diferentes eran la corte de Mantua y la corte de la Republica de Venecia, donde Estado y sociedad tenían relaciones difíciles, ya que en el primero se reprima la libertad de los ciudadanos.

Las obras que Monteverdi escribió en Venecia son de carácter histórico. El "carácter histórico" se entendía como expresión de un gusto renacentista, aunque aquí mas cercano al barroco. Monteverdi utilizo estos temas históricos para criticar a la sociedad, a los gustos, y a la moral de la epoca.

IL RITORNO DI ULISSE IN PATRIA (1641),  se basa en los ultimo libros del poema de Homero. Se logra en esta opera que los retratos sean bien delineados, como también las situaciones psicológicas; no hay ausencia de narración (5) epica ni de escenas conmovedoras; así mismo en L'INCORONAZIONE DI POPPEA, Monteverdi transforma la Roma imperial en la Venecia en la cual vives para discutirla y juzgarla.

Los personajes de su obra, por ser históricos, tenían características mas cercanas a la realidad cotidiana. Monteverdi entonces, criticaba y se burlaba de la ambición de poder, del engaño, y de la calumnia, un arma muy poderosa y peligrosa de la inquisición en Venecia; igualmente, sin miedo a ser juzgado por esta misma, criticaba las relaciones entre las clases sociales.Utilizo a Seneca para señalar con el dedo las culpas de los poderosos, haciendo que se rieran de si mismo y de su forma de actuar.
Monteverdi entro entonces en la relación dialéctica con la sociedad de su epoca. Como ya se había dicho, la corte de la Republica de Venecia se había convertido en el centro cultural mas importante de Italia; era una ciudad-estado independiente, nominalmente una republica, pero realmente una oligarquía muy solida: era ademas, el principal puerto europeo para el comercio con el Oriente.
El corazón de la actividad cultural veneciana era la Basilica de San Marco; como la misma Venecia, la Basilica de San Marco era independiente. El clero y los músicos dependían de Doge (autoridad de la ciudad) y de ninguna otra autoridad eclesiástica. Se debe señalar, que Estado e Iglesia se identificaban con el poder Dogale, que podía disponer tanto de la Inquisición como de la polícia.
La veneta era entonces una sociedad que, por los constantes encuentros y cercanía con el Oriente, ostentaba lujo y riqueza, pero también envidia y corrupción. Las artes servían solo para ostentar riqueza y demostrar la propia grandeza y potencia político-comercial.

Las artes tenían la función de resaltar el poder politico y economico, presentando un centro que ya no era el hombre, quien iba perdiendo cada vez mas su importancia dentro de una sociedad encaminada al comercio y politica. Los principios humanísticos que hasta aquel momento habían caracterizado la politica cultural de los estados, ya no era objetivos primordiales. Monteverdi en cambio, busco que el centro de los intereses sociales volvieran a ser el hombre. Su dramaturgia, tecnica teatral y musical se volvieron mas ricas; su opera que no tenia nada de la ritualidad de la corte de comienzos de siglo, pudo enfrentarse al juicio de un publico mas amplio y menos seleccionado.

La opera de Monteverdi puede tomar al hombre común, al poderoso o al hombre noble y ponerlo frente a un espejo, cara a cara con su vida, sus virtudes y defectos a través de un personaje, no importa el nombre, sea Ulisse o Nerone; lo que importa es la realidad de la condición humana, en relación con la historia y la relatividad del hombre frente al tiempo. Con Monteverdi nace un nuevo tipo de espectáculo, la opera, cuya finalidad no es solamente la de entretener y divertir: es un escudo que el hombre culto, el hombre de ciencia tiene para protegerse combatiendo y moralizando la sociedad de su tiempo: azota la autoestima y el egocentrismo del poder: es una fuerza de reforma social, bien protegida detrás de la metafora, Monteverdi no es un musico emancipado, es todavía el musico de corte, pero es un hombre renacentista en su pensamiento: lo mas importante es el hombre, no el poder. Su arte es un instrumento para juzgar al hombre, no un instrumento del poder.

Americo Gorello,
profesor Catedra de Musica para Metales,
Departamento de Musica,
Pontificia Universidad Javeriana

1 C. Gallico, l'età del Rinascimento e dell'Umanesimo, p.122 (Zarlino come associare le voci; come disporre le parole).
2 Varios, Storia della Musica, p.122
3 C. Gallico, obra citada, p130 (V. Galilei sull'imitazione delle parole).
4 D.J. Grout, Storia della Musica occidentale, p.307
5 D.J. Grout, obra citada, p 310

BIBLIOGRAFIA
AA VV Storia della Musica, Einaudi, Torino, 1988.
A. BORNSTEIN Gli strumenti musicali del Rinascimento, Muzzio editore
Padova, 1987.
D.J.Grout Storia della Musica in occidente, Feltrinelli, Milano 1984.
R. DONNINGTON A performer’s guide to baroque music, Faber London
1978.
HISTORIC BRASS SOCIETY JOURNAL, No. 1 ps 109-114, New York, 1989.
idem, No.4ps. 27-44. New York, 1992.
C.GALLICO, Storia della Musica, L’età dell’Umanesimo e del Rinascimento,
edt, Torino, 1986.

Pubblicato il

E vennero giù le stelle

Cavalli-2Concerto del duo Saladino – Cavalli con musiche di Pergolesi, Beethoven, Martucci, Schumann

Ninni Saladino – violoncello

Cristina Cavalli – pianoforte

“In ogni tempo, domina una segreta unione di spiriti affini. Voi che vi appartenete chiudete il cerchio sempre più stretto, perché la Verità dell’arte emani la sua chiara luce, spandendo ovunque gioia e benedizione!” (Schumann, “Scritti sulla musica”) Sabato 30 gennaio nell’aula magna della università Valdese di Roma – il duo Saladino-Cavalli si è esibito in un programma emozionante passando dalle melodie di Pergolesi ai sogni fantastici di Schumann, attimi lirici filtrati da un Beethoven classico e ricco di tensioni.

L’esuberanza del violoncello ha ceduto alla razionalità del pianismo elettivo, fatto di entropia ed inquietudine – una ricetta pulita ed attenta nella rilettura degli interpreti. Si leggono le storie di tutti i giorni al concerto; s’intendono i meriggi e il freddo dell’inverno che stenta, aggrappato alle coperte ad uscire dall’ambizione per smuovere un pensiero attraverso le agogiche e agli incontri nei paesaggi comuni, pensati assieme, su quei tratti a colori di un tiepido lumino che alimenta un meccanismo collaudato.

La sonata in la maggiore di Beethoven fu scritta nel 1808, un ingegnoso tripudio di temi alimentato da un filo conduttore di ricami fortunati ed eleganti. Il violoncello accarezza gli spazi che il pianoforte disegna con precisione, un lavoro delicato nel bilanciare una sonorità irruenta e prepotente della voce maschile e cortigiana.

Le musiche di Martucci e Pergolesi incorniciano un paesaggio spettacolare, lasciano intravedere lo spirito e la timbrica sfacciatamente concertante quasi a ribadire un musicare metafisico, incurante della regola ma attentissimo al ghiotto suonare accattivante e sensuale.

Il duo affronta con coraggio le difficoltà, dileggiando il sapore della musica d’occasione fatta per le poltrone porporine sfidando gli equilibri che troveranno posto nelle pirotecniche fantasie di Schumann. Scendono le stelle e rotolano sul pavimento.. attraversano la sala sprigionando scintille variopinte, un carnevale romantico sviluppato tra desiderio e passione per una serata diversa per la quale, tutti aspettano ansiosi un continuo.

Paolo De Matthaeis – ERRECOMEROMA (30/01/2010)

Pubblicato il

Si che io vorrei morire

Si che io vorrei morire

Il Perchè di un madrigal cantando.

 

AretinoScrivere di morte fa sempre attualità, specialmente in questi giorni dove tutti fanno a gara nel misurarsi in sentimenti di umanità senza confini.

Il risultato delle atroci perversioni umane lo troviamo un po ovunque – figlio della banalità e della ingenuità infantile che passa persino nella riproduzione Artistica.

La notizia veloce e bombarola che piace tanto ai giovani capaci di condividere piatti di pasta, feste e atti osceni ha bruciato ogni senso pudico e ha succhiato senza pietà ogni possibilità d’immaginazione. Così siamo sbattuti, pubblicati, deturpati e decapitati con una bella tutina rossa in nome dell’Internet – l’unico vero Dio che tutti adorano.

S’avvicendano tra un’ascolto e l’altro le riproduzioni dei madrigali che dimostrano la competenza fascista ed integralista degli studiosi innamorati dei loro bei suoni, sedotti e farneticanti in volgari imitazioni di sentimenti che non esistono più. Poveri in canna, almeno a parole si professano appassionati e portatori di cultura coltivando platee intirizzite e turgide di esaltati alla stessa stregua degli “indemoniati” del Bataclan di Parigi.

La ricerca della sensazione forte o dello sballo s’è comunque fatta incarnata e tra le dolenti note mi risulta difficile trovare una risposta al perchè.

Qualche secolo fa esistevano persone geniali capaci di sognare ad occhi aperti, c’erano persone che raccontavano le favole ed erano talmente prese dai propri sogni che superavano l’immaginazione. Si moriva di più prima, si sapeva molto meno e questo contribuiva alla fermentazione di idee nel tentativo di volersi bene.

E’ il caso della nostra Letteratura così colma d’amore e di cose mai dette e sofferte tanto da essere paragonate alle battaglie e alle conquiste in guerra – persino la Morte diventava un atto erotico per il quale valeva la pena immolarsi.

 

Bramo morir per non patir più morte

E desidro che’l mio tanto dolore

Cavi quest’alma ormai del corpo fore

Tal che di me più non rida mia sorte.

Meco spesso mi dolgo di mia doglia

Dogliomi che fortuna omai non voglia

Trar quest’alma d’affanni e d’esta spoglia.

 

Ma poi che m’è concesso il vo’ pur dire,

Che ben può nulla chi non può morire.

 

Quell’aura così solenne dei nostri interpreti maschera un sentimento naturale e disloca la maggiorparte delle riproduzioni a grotteschi teatrini aulici che tracciano un confine tra oracolo ed umanità che segue la propria religione e parla con la bocca dei profeti divinamente imbrattati di calce e pece.

Il messaggio diventa chiaro, semplice avvolto di baci, emozioni e passioni.. spesso diventa esplicito e chi non può morire non può nulla.

Spesso ascolto qualche concerto che sa di prova capitale, un’esecuzione esemplare dove volano le teste nette alla ghigliottina – truci in volto, puliti ed adornati con semplici vestiti neri la solita armata di appassionati e bigotti cantautori imbracciano gli archibugi per recitar cantando l’ennesimo teatrino – di moine e gesti aggraziati degli indemoniati che sembrano pervasi dall’anima di Monteverdi che perdinci s’è incarnato e fa un mondo di versi strani, contorcendosi, piegandosi, languendo come un pulcinella vestito di bianco.

 

Sì, ch’io vorrei morire,

ora ch’io bacio, amore,

la bella bocca del mio amato core.

 

Ahi, car’ e dolce lingua,

datemi tanto umore,

che di dolcezza in questo sen’ m’estingua!

 

Ahi, vita mia, a questo bianco seno,

deh, stringetemi fin ch’io venga meno!

Ahi, bocca! Ahi, baci! Ahi, lingua! Torn’ a dire:

Sì, ch’io vorrei morire!

 

Bocca, baci.. LINGUA torno a dire – Il piacere, in torno.. alla ricerca di quegli humori nella scoperta di quel corpo bianco (vergineo e illibato) – la bocca del mio amato core in un’orda di lussuria offre la chiave di lettura per quel bianco e dolce Cigno che cantando more…

Il bianco e dolce cigno

cantando more, ed io

piangendo giung’ al fin del viver mio.

Stran’ e diversa sorte,

ch’ei more sconsolato

ed io moro beato.

Morte che nel morire

m’empie di gioia tutto e di desire.

Se nel morir, altro dolor non sento,

di mille mort’ il di sarei contento.

a_gentelleschi_susannaDi Mille morti il dì sarei contento… ripercorrendo il filo rosso fino a Pertrarca nel Canzoniere – Hor che il cielo e la Terra – dove descrive ancora una situazione ben nota alludendo il corteggio tra Cielo e Terra – FERE e AUGELLI diventano paradisi immaginari di sessi .. la Notte porta in giro il suo carro pieno di stelle – e di grazie – in una splendida geografia del corpo in un effimera lussuria che brama nel proprio letto.

Una visione notturna complice della trasgressione di quel che mi distrugge.. sface, disfa, rovina, consuma e mi sta sempre davanti per mia dolce “pena”.

E SOL ..ambiguo tra SOLE e SOLO se non alla FERA (fessura o pertugio come racconta un’altra Villanella) m’illumino e penso.. VEGGIO, PENSO, ARDO e PIANGO… così SOL d’una Chiara fonte che viva mi disseta con dolce e amaro – pascolo nell’erotismo, mi dielggio e m’improfumo d’umori carnali – una man sola mi risana e punge (pugna).. così da solo di mille volte il giorno muoio e rinasco in quell’atto impronunciabile e libidinoso che fa arrossire l’uomo sano.

 

Hor che ‘l ciel et la terra e ‘l vento tace

et le fere e gli augelli il sonno affrena,

Notte il carro stellato in giro mena

et nel suo letto il mar senz’onda giace,

 

veggio, penso, ardo, piango; et chi mi sface

sempre m’è inanzi per mia dolce pena:

guerra è ‘l mio stato, d’ira et di duol piena,

et sol di lei pensando ò qualche pace.

 

Cosí sol d’una chiara fonte viva

move ‘l dolce et l’amaro ond’io mi pasco;

una man sola mi risana et punge;

 

e perché ‘l mio martir non giunga a riva,

mille volte il dí moro et mille nasco,

tanto da la salute mia son lunge.

 

Potrebbe sembrare troppo fra le righe, potrebbe sembrare follia.. ma trovo il tutto bellissimo – affascinante e nello stesso tempo elegante attraverso la musica di Arcadelt, Lasso, Festa, Monteverdi ritroviamo quei segni di un’emozione – Quindi m’assale un dubbio, m’interrogo e anche se non professo la stessa guerra e la stessa religione e pergiunta lo stesso partito dei baciati dall’intelligenza effimera – mi domando se quelli che cantano, mimano e recitano conoscono loro stessi e siano in grado di trasferire le proprie emozioni.

Mi accorgo che quei teatrini sono falsi, perchè confondono la prassi e l’abitudine di vivere con l’estetica musicale figlia degli intelletuali con la barba.

Perchè ora la barba adorna le menti di qualsiasi imbecille alla moda in un gesto senza ormai significato se Aronne e sapienza si sposano con scelleratezza e bruta ignoranza nell’interpretare un gesto, un segno e una parola che ne sarà del nostro essere cittadini del mondo ?

barbaTrovo la musica classica assai noiosa, i concerti di polifonia da evitare come la peste perchè incapaci di darmi emozione – quasi quasi vedo a farmi tirare due schioppettate agitandomi mentre un “musicista” – quello vero – mica Allevi o uno qualsiasi – mi spara le sue note sataniche nelle orecchie violentandomi in tutti i pertugi invocando satana e  i mejomortacci del mondo – ovviamente io che uno spartito lo so leggere e magari non mi sballo in discoteca per trasformarmi in uno studente modello della Sorbona che per hobby lancia estintori sulle camoniette della polizia e protesta contro le università che non gli assestano la laurea idonea – io non appartengo alla fascia degli eroi – io negro e razzista nello stesso tempo – io fuori dal mondo e dalle razze non mi rimane che stare male in una società di valori nulli e imbecilli – giudicato nei tribunali dei conservatori e delle scuole dove si sta attenti alle pari opportunità concesse ai mendicanti che si professano poeti, musicisti, architetti, medici per guadagnarsi un pezzetto di paradiso, un pezzetto di pertugio dove rifugiarsi e formarsi.. magari anche riprodursi in una caotica babele di razze e brufoli d’ogni chiesa e religione.

Questa musica è falsa – questo cantare pure – recitano imperterriti i nostri angeli musici nell’imitazione della vita e di un modello che è ormai fottuto dall’ipocrisia.

 

S’io fusse ciaolo e tu,

s’io fusse ciaolo e tu lo campanile,

Io spisso spisso te vurria montare,

io spisso spisso te vurria montare.

Tutto lo juorno,

tutto lo juorno po vorria cantare!

E sempre mai saltare

e spisso spisso a te vasare,

e spisso spisso a te vasare.

E poi la sera nel pertuso entrare,

e poi la sera nel pertuso entrare.

E poi la sera nel pertuso entrare,

e poi la sera nel pertuso entrare.

Io spisso spisso te vurria montare,

io spisso spisso te vurria montare.

Tutto lo juorno,

tutto lo juorno po vorria cantare!

E sempre mai saltare

e spisso spisso a te vasare,

e spisso spisso a te vasare.

E poi la sera nel pertuso entrare,

e poi la sera nel pertuso entrare.

 

Paolo De Matthaeis

Pubblicato il

Il coro e l’aspetto curativo della mentina.

palle-di-mozart-mirabellBeh dopo tanti anni di attività musicale, mi ritrovo a considerare circa le follie scritte e pubblicate che cantano le qualità terapeutiche, afrodisiache e miracolanti della musica.
Da diversi anni in Italia e anche all’estero i musicisti invece di suonare, invece di studiare e praticare le loro arti accanto a discipline umanistiche, matematiche e filosofiche preferiscono esercitare la loro inclinazione medicale professandosi curatori e terapisti. Insomma, come al solito, invece di spacciare l’armonia e la bellezza interiore di un’animo gentile e catalizzatore di ogni sentimento trovi plotoncini di strani stregoni che nella loro officina alchemica vendono i loro rimedi.
E’ chiaro che la musica può suscitare e guidare lo stato d’animo delle persone ed è già nell’organologia della materia l’azione emotiva – il tutto è compreso nell’educazione del musicista che ha il semplice compito d’intrattenere, interloquire, allietare e stimolare pensieri … La musica come semplice linguaggio serve per trasferire un concetto sia leggero che mesto – aiuta a viaggiare oltre il limite della parola avvolgendo i pensieri per spingerli altrove.
Che senso ha somministrarla come terapia ?
Dovremmo dedurre che esistano delle persone malate alle quali prescrivere un tubetto di Mozart o una pasticca di Leoncavallo e nello specifico indicandone anche la posologia e l’anno di scadenza – Ma quale fiala di Beethoven dovrò ingerire ? Un’asciutto Baremboim o uno spinosissimo Kissin ? Percaso dovrò ricorrere alle palle cinesi di Lang Lang per scacciare un faatidioso malditesta ?
Noto invece che i veri malati sono spesso coloro alle prese con la musica – rigurgitanti di nevrosi e sclerosi di ogni genere – trasmettono insicurezza e instabilità ai loro allievi trasformandoli con le loro bacchette magiche in macchiette da palcoscenico. Il cantante che gira con le riserve d’acqua e la sciarpa al collo in un “pavarottiano” (mi piaceva troppo l’abuso che tutti i sedicenti critici fanno dei nomi stuprando di continuo la nostra lingua) dipinto d’epoca. Le capigliature folte ed estrose dei geni incompresi che grondano sin le spalle rievocando un’idea romantica dell’attore sembrano ormai torturarci ogni qualvolta si pensa alla musica e al maestro stesso. Ricordano vagamente quei ritratti antichi, dove tra parrucche e ciprie trovavamo uno scapigliato Vivaldi o grottesco Paganini… ma poverelli all’epoca il barbiere era un lusso, il sarto pure e la gente povera (quali erano i musicisti) non potevano minimamente permettersi nessuna gioia estetica. Basti pensare che al momento della celebrazione massima con un ritratto il pover’uomo indossava la giacca più bella e costosa che aveva ovvero quella da maggiordomo.
Oggi appresso questi vezzi, a distanza di anni.. nei cori e nelle orchestre continuano a verificarsi con una straordinaria liturgia quei sintomi incurabili di protagonismo – l’accordatura estenuante degli strumenti – il ciucciamento di mentine bagnate d’acqua per tenere il muscolo sempre in caldo e ben idratato persino per cantare in parrocchia – Noi canteremo gloria a te … gira l’immancabile sacchetto dove tutti all’offertorio pescano la loro menta preferita per mondarsi dai loro aliti pesanti curando con regolare assunzione ogni sintomo d’alitosi.

Paolo De Matthaeis