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Gli ingredienti Alchemici Mozart: Trio “Kegelstatt” K.498*

moz1Brahms: Trio Opus 114

Julian Milkis, clarinetto
Alexander Kniazev, violoncello
Valery Afanassiev, pianoforte *registrazione in prima mondiale reg. 19/12/2001 (live)
Durata: 53’49

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Un insolito Trio, fabbricato ad arte per un Mozart diverso, è la particolare nuova registrazione di Kegelstatt K. 498, il trio detto dei Birilli che adopera il violoncello invece che la viola accanto al clarinetto e al pianoforte. La scelta potrebbe far dubitare ma l’idea è quella di rendere il contenuto superando il supporto con la convinzione che il messaggio non sia imprigionato nello strumento ma nell’idea di partecipare a un grande gioco. Ogni rigo della partitura diventa un’entusiasmante partita a tre con i giocatori che s’inseguono disegnando traiettorie rocambolesche sulla pista immaginata da un Mozart burlone al di fuori dagli schemi e dalle convenzioni. Milkis, Kniazev e Afanassiev sono gli ingredienti ideali di questa ricetta alchemica e si scoprono compatibili e simpatici anche nell’affrontare il trio op.114 di Brahms.
Il trio è del 1891 e segue di qualche tempo la decisione di Brahms stesso, esplicitata in alcune lettere, di non scrivere più nuova musica.
Da questo proposito fu distolto grazie all’incontro con il clarinettista Richard Mühlfeld: «Pensavo che per tutta la vita ero stato abbastanza diligente, che avevo raggiunto abbastanza, che avevo una vecchiaia senza guai e che ora potevo goderla tranquillamente. E questo mi appagava tanto, che d’improvviso ebbi un ritorno di fiamma». Le strutture del trio rispettano ancora i dettami classici, ma il livello a cui era giunta la sua tecnica di elaborazione del materiale fa sì che il senso di uno sviluppo continuo della musica domini anche sulla comparsa di singole idee melodiche. I tre artisti sono impegnati in un fitto dialogo, come se Brahms avesse voluto importare nell’organismo del trio con clarinetto la logica del quartetto per archi; l’enigma è risolto dai tre musicisti in un sortilegio alchemico.

Paolo De MatthaeisSuonare News (2008)

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Su, coraggio! Non sono cattiva. Dolcemente dormirai fra le mie braccia!

30_bigSchubert: Quartetto per archi Der Tod und das Maedchen Op. 14
Schumann: Quintetto per pianoforte e archi in mi bemolle maggiore, op.44 (1994)

Quartetto Borodin
Mikhail Kopelman Andrei Abramenkov violini Valentin Berlinsky violoncello
Sviatoslav Richter pianoforte
Disco TELDEC – 0630-18253-2
Warner Classics 2008

Durata: 73’84

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Un quadro raffinato è Der Tod und das Maedchen Op. 14 (La morte e la fanciulla) di Schubert, amoroso corteggiamento tra la giovinezza e la Natura in un’alternanza di inseguimenti e civetterie. Il quartetto Borodin interpreta l’opera con abilità ed equilibrio, in armonia con la passione e la “resignazione” fatta di un materiale tematico delicato ed elegante. Affettuose effusioni si cercano in un gioco seduttivo e appassionante che lascia senza fiato passando dalla spensieratezza alla consapevolezza del riposo. Il seguito lo scrive Schumann nel quintetto in Mi bemolle maggiore op. 44. Richter al pianoforte riesce ad ordinare un infinito sognato celebrando la passione sbocciata tra gli eroi amanti, che solo il destino parrebbe ridurre finalmente insieme. “In modo di una marcia” si arriva ad un crepuscolo divino avvolti da una quiete surreale, incatenati

da un corpo ed una forma che consacra gli interpreti mentori sublimi di un’arte profonda, capace di sprigionare scintille e fiamme in un solo concerto per piano ed archi. Passione e tempesta vibrano con le corde del quartetto Borodin, in un’appassionante racconto fatto d’intese ed intensi frammenti melodici strappati alle farfalle e alle visioni romantiche senza il limite dell’immaginazione.

Richter alimenta il sogno con il suo pianismo eroico, poeta sublime nel tentativo di vincere il Tempo e la Natura delle cose, persino la Morte. Coraggioso, ardito, cosmico ma mortale, perciocché la Natura sembra riprendersi il di lei figlio bisbigliandogli dolci parole per farlo addormentare in un tenero abbraccio mortale.

Paolo De MatthaeisSuonare News (2008)

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E vennero giù le stelle

Cavalli-2Concerto del duo Saladino – Cavalli con musiche di Pergolesi, Beethoven, Martucci, Schumann

Ninni Saladino – violoncello

Cristina Cavalli – pianoforte

“In ogni tempo, domina una segreta unione di spiriti affini. Voi che vi appartenete chiudete il cerchio sempre più stretto, perché la Verità dell’arte emani la sua chiara luce, spandendo ovunque gioia e benedizione!” (Schumann, “Scritti sulla musica”) Sabato 30 gennaio nell’aula magna della università Valdese di Roma – il duo Saladino-Cavalli si è esibito in un programma emozionante passando dalle melodie di Pergolesi ai sogni fantastici di Schumann, attimi lirici filtrati da un Beethoven classico e ricco di tensioni.

L’esuberanza del violoncello ha ceduto alla razionalità del pianismo elettivo, fatto di entropia ed inquietudine – una ricetta pulita ed attenta nella rilettura degli interpreti. Si leggono le storie di tutti i giorni al concerto; s’intendono i meriggi e il freddo dell’inverno che stenta, aggrappato alle coperte ad uscire dall’ambizione per smuovere un pensiero attraverso le agogiche e agli incontri nei paesaggi comuni, pensati assieme, su quei tratti a colori di un tiepido lumino che alimenta un meccanismo collaudato.

La sonata in la maggiore di Beethoven fu scritta nel 1808, un ingegnoso tripudio di temi alimentato da un filo conduttore di ricami fortunati ed eleganti. Il violoncello accarezza gli spazi che il pianoforte disegna con precisione, un lavoro delicato nel bilanciare una sonorità irruenta e prepotente della voce maschile e cortigiana.

Le musiche di Martucci e Pergolesi incorniciano un paesaggio spettacolare, lasciano intravedere lo spirito e la timbrica sfacciatamente concertante quasi a ribadire un musicare metafisico, incurante della regola ma attentissimo al ghiotto suonare accattivante e sensuale.

Il duo affronta con coraggio le difficoltà, dileggiando il sapore della musica d’occasione fatta per le poltrone porporine sfidando gli equilibri che troveranno posto nelle pirotecniche fantasie di Schumann. Scendono le stelle e rotolano sul pavimento.. attraversano la sala sprigionando scintille variopinte, un carnevale romantico sviluppato tra desiderio e passione per una serata diversa per la quale, tutti aspettano ansiosi un continuo.

Paolo De Matthaeis – ERRECOMEROMA (30/01/2010)

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Il profumo delle fiabe

mussorgsky1Mussorgsky/ Gorčakov Pictures at an Exhibition Prokofiev
Classical Symphony

London Philarmonic Orchestra Kurt Masur (direttore)

WARNER CLASSIC/Apex Teldec DDD LC 04281 1991/2012 durata: 48’ 03

★★★★★

 

 

 

 

Warner Classic propone un intrigante Kurt Masur alle prese con la London Philharmonic Orchestra, che sensuale e britannica s’adopera nel leggere Solženicyn in un programma più che colto, attraverso la musica di Mussorgsky e Prokofiev.
Consumati – e azzarderei collaudati – scivolano via i quadri a passeggio di una vagheggiata visita guidata attraverso le fiabe e i costumi immaginati da Sergej Gorčakov, che ha restaurato La corazzata Potëmkin conservandone il tratto e l’inquietante sagoma di un Byldo colmo di speranze che s’allontana rumoroso. E’ il romanticismo di Mussorgsky portato alla razionalità cresa e sazia di deliri, attraverso gnomi e castelli in un barlume visionario che conserva l’anima mostricida già divelta da Bosch e Dalì, in mezzo a sogni curiosi dove un pendolo si trasforma in una capanna poggiata sulle zampe di gallina a sciogliere l’idea del tempo tra ricordi di antichi cemeteri e contaminazioni, in lamenteveli questue tra ebrei e chiassosi litigi infantili al mercato. S’intravede, finalmente la grande porta di Kiev. Un viaggio che si conclude passeggiando attraverso situazioni impreviste, un finale già scritto fin dal primo squillo di tromba fino a un glorioso e zarino traguardo condotto per mano da una ormai assilante litania!

Un cammino di redenzione dove echeggia persino un inno ortodosso, tra trionfi di crismi ed amplificazioni che celebrano il racconto dell’amicizia per Hartmann, pittore e architetto scomparso il cui ricordo spinse Mussorgsky a costruire questa piccola memoria.

Masur è un interprete geniale e l’orchestra lo asseconda in una conduzione pulita e fin troppo didascalica. Attento ai colori e alla orchestrazione, ripercorre le scene composte per pianoforte quasi fosse Mendelssohn in un parlante Schumann soggiogato dalla febbre e dalle passioni travolgenti di queste miniature. Segue la Sinfonia n. 1 in re maggiore di Prokofiev, che doveva essere nell’idea del compositore un lavoro ispirato a Haydn e a Mozart quindi, battezzata da lui stesso “Classica” .

Articolata in quattro movimenti, prelude un’atmosfera primaverile dove s’avvicendano temi caratteristici che ricordano le favole, anzi, la favola.
Aspettiamo tutti Pierino, il lupo e tutti gli animali, nonni e cacciatori – festivamente oboe, flauto, corno, clarinetto e fagotto – che si corteggiano accarezzati dal soffice contrappunto degli archi. Effetti in crescendo caratterizzano le modulazioni in movimenti chiaramente leggibili e rigorosamente studiati in un esercizio a tavolino. Con eleganza la sinfonia suona in una Gavotta per abbandonarsi ad un finale d’intensa scrittura ludica di liriche già viste e raccontate.

C’era una volta, in un posto lontano lontano, una tigre luminosa di simmetrie originali. Ma questa è un’altra storia.

Paolo De MatthaeisSuonare news (2012)

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Sileno e le stelle

dedicaDEDICA

DANIEL MATRONE
SERGIO CALLIGARIS
Sonatas for flute and piano (2009/2010)

Mauro Conti (flauto) Alessandro Stella (pianoforte)

CONTINUO CR103 reg. 24-25/03/2012 durata: 32’ circa

 

 

 

Dieci anni di amicizia, celebrati con due sonate per flauto e pianoforte, in un caleidoscopio fatto di gemme brillanti s’inseguono in ragionate figure magiche. Un passaggio cantato in un’epica mite tra le dita degli interpreti – piacevoli strumenti di viaggio – fa rotta per Delos nella Sonata pour flùte and piano, dove Sileno affabula richiami e motivi agresti, complice il flauto, con raga sognanti di luci e profumi, intravisti tra frammenti eleganti che vestono di charme suggestivo paesaggi di armonie lontane.

Una vera e propria epigrafe antica, che al tratto ricorda Debussy, rende la scrittura di Daniel Matrone tradizionale ed espressiva, in quel discutere caro alle modalità francesi, così “vive” nel concertare idee, tra ritmi e suggestioni, improvvisando in un perimetro ben definito dall’epicentro stesso dell’organum. Suonano gli accordi, tuffati come ancore a interrompere lo sciabordio dell’onde in quella sabbia d’oro. Suonano le stelle, nel cielo e nei bazar. Suonano ovunque, persino ad Alessandria in agosto.
Mauro Conti al flauto e Alessandro Stella al pianoforte animano la Sonata op. 50 di Sergio Calligaris, intrecciando corali e temi in un aristocratico tessuto polifonico, nel quale i due strumenti si completano, e quasi si perdono, attraverso l’artificio tra luci di scintille che misurano l’abilità degli interpreti. Partitura ispirata e articolata all’inseguimento della chimera pianistica nell’idea di Renzo, dove germoglia ogni favola musicale. Un finale esaltante, preludiato dall’eco di un malinconico Gershwin, a tratti Pierrot Lunaire, Marotte di squisita tenerezza a rivelazione di tragiche epifanie, per un arazzo principesco cucito con forza sul cromatismo.
Il duo è ben assortito, scrupoloso e attento al dialogo – una dedica da primato, auspicio per nuove decadi d’emozioni.

Paolo De MatthaeisSuonare News (giugno 2012)

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Gould e la strenna di Natale delle Goldberg (The Complete Original Jacket Collection)

gould2Glenn Gould
The Complete Original Jacket Collection
2007
Sony
Classical, Piano
80CD
contenuto

Parrebbe il 2008 l’anno di Glenn Gould, così sotto l’albero, quest’anno abbiamo trovato un cofanetto

contente 80 compact disc ristampati recentemente da SONY – The Complete Original Jacket Collection.

Una sezione “quasi aurea” racchiusa tra le due versioni delle Variazioni Goldberg incise da Gould e capita forse per caso o per qualche folle intuizione il rilascio dell’integrale delle incisioni dopo tanta “guerra” discografica tra editori.

Le Goldberg suonate e registrate da Gould nel 1981 rappresentano il punto nuovo di partenza per un pianismo metafisico, fuori da ogni dimensione logica dove l’idea di tempo viene consumata e superata nota dopo nota. Gould suona Bach, anzi Bach suona Gould in un ingranaggio geniale di un linguaggio fatto per quei pochi iniziati che scoprono il senso dell’opera in un attimo.

Incorniciata l’opera di Bach diventa, a pretesto, l’opera di Gould che chiude il cerchio. Un cerchio intravisto tra le trenta variazioni in un percorso tra fanatismo religioso e matematica, presunzione che sia “quello” il vero senso della vita.

Un’archeologia intenzionale, volta alla riscoperta dell’indole degli antichi in un linguaggio dimenticato, farneticato, sognato, nascosto dietro quei caratteri incisi e appena pronunciati in un mormorio amico dell’uomo che conosce gli orpelli delle divinità celebrandosi in un rituale procrastinato.

Il passaggio nel mondo delle registrazioni si apre e chiude con le Goldberg nel microcosmo “Gould” grazie ad un testo allegorico e colorito. Enigma che dovrebbe in qualche modo rappresentare l’orologio delle ragioni terrene, spiegandone il motore ovvero la vita. Follia o Ragione ?

Couperin tre anni prima mette in musica Les follies francaises nascondendo con un mantello “invisibile” la melodia della Follia, facendola intuire tra i colori dei Domino in una sarabanda popolare di ringraziamento facente il verso irriverente alle litanie dei Santi auspicio di fertilità. Piagnucolata dai matti, dagli schizoidi e timorati di Dio. Bach trasforma e rilegge la linea melodica del basso delle proprie Variazioni sulla falsa riga di Vom Himmel Hoc versione modificata di “tu scendi dalle stelle” e usa la stessa arte per combinare le melodie nascondendo il senno o l’anima dei folli nell’Aria.

Ecco che il viaggio di GouldBach prende forma; il bagatto, il pianista, produce la sua alchimia mescolando gli elementi.

Gould racconta un mondo curioso, fila un discorso complesso esplorando una tastiera immaginaria sempre più pesante e ponderata concentrato in ogni movimento affronta le difficoltà con quell’intelligenza provata esplorando ed esplorandosi da solo al piano sulla propria seggiola scricchiolante.

Ogni variante è pezzetto delle proprie membra e persino il mormorio che l’accompagna sembra recitare un santo rosario.

Was Gott tut, das ist wohlgetan! – tutto quello che Dio fa, è fatto bene! Eppure s’è scritto tanto su queste melodie peregrine cercando la definizione di Quodlibet nei romanticissimi discorsi di Forkel. S’è scavato fino alle bergamasche per evidenziare l’originale talmente lontano dalla realtà e dai conti di Eulero per giustificare l’esistenza di Dio. Una trinità devota quella di Bach che Gould accompagna cantando sottovoce. Un capolavoro teologico per iniziati, dove c’è il Padre, il Figlio e lo Spirito in un alchimia affascinante completa nei suoi elementi.

Le variazioni finiscono lì, chiude l’ “Aria da capo” e Gould muore l’anno dopo.

Paolo De Matthaeis

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Lo Scettro e la Marotte

rigolettoRIGOLETTO – Giuseppe Verdi

Fischer-Dieskau · Bergonzi · Cossotto · Vinco

Orchestra del Teatro alla Scala

direttore – Rafael Kubelik

reg. 1964

Int. Rel. 27 Maggio 2005

2 CD

Deutsche Grammophon

CD ADD 0289 477 5608 8 GOH 2

 

 

De ce ciel bizarre et livide,
Tourmenté comme ton destin,
quels pensers dans ton âme vide
Descendent? Réponds, libertin.
-Insatiablement avide
De l’obscur et de l’incertain,
Je ne geindrai pas comme Ovide
Chassé du paradis latin.
Cieux déchirés comme des grèves,
En vous se mire mon orgueil;
Vos vastes nuages en deuil
Sont les corbillards de mes rêves,
Et vos lueurs sont le reflet
De l’Enfer où mon coeur se plait.
Horreur Sympathique, Les Fleurs du Mal (1857) Baudelaire


Lo Scettro e la Marotte

Era il 1832 quando Victor Hugo scriveva Le Roi s’amuse, dramma inscenato su Triboulet, un deforme buffone alla corte di Francesco I vittima di una maledizione, prigioniero di un incubo. Nel 1851 Giuseppe Verdi lo ripropone riadattato da Francesco Maria Piave e lo chiama Rigoletto, col riso amaro delle censure ad un intrigante opera di travestimento.

Triboletto diventa, dunque, Rigoletto, edulcorato protestante incapace di gridare la sua Fede, mascherato oltremisura con un nuovo costume. Solitario, circondato e divorato dalle proprie paure, soggiogato dalla purezza e dal peccato, carnefice di sé stesso, il giullare di corte dialoga e interagisce in una follia elegante con gli altri personaggi, schegge e ed emanazioni della sua stessa anima, ombre che lo irretiscono e lo terrorizzano.

Il castello esoterico costruito da Hugo crolla, così, sotto la drammaturgia del Piave, il quale costringe a un percorso a ritroso per ricostruire un simbolismo che era esplicito già a partire dai nomi dei personaggi. Marullo è il Marot dell’originale, la marionetta di Triboulet che narcisetta è riflessa e rivolta al chiassoso groppo dei cortigiani, vil razza dannata. Gilda – Blanche nell’idea originale di Hugo – è simbolo dell’anima trasparente e pura del buffone, vulnerabile e da proteggere come una figlia; perirà soggiogata e immolata alla passione e alle lusinghe, al peccato e dalla spregiudicatezza libertina del Duca.

Nel 1964, complice di una orchestrazione avvolgente, Rafael Kubelik manovra il suo Rigoletto in una storica registrazione Deutsche Grammophon assieme all’orchestra della Scala di Milano: ne dà una lettura sinfonica quasi dantesca, movimentando tripudi e parafrasi mefistofeliche tra continue sollecitazioni emotive, innestando una nuova e misteriosa ombra nel coro.

La rilettura di Kubelik introna finalmente Verdi sullo scranno di Re Lear brandendo lo scettro del romanticismo; imbocca il suo folle trascinandolo in un curioso dialogo religioso consumato attraverso la solitudine del giullare, inghiottito dalla propria personalità in un buio infinito che lentamente rapirà tutte le altre figure del dramma sopra un rustico palcoscenico di provincia.

L’ascolto è percepito tra diverse insenature somiglianti a un vero e proprio golfo mistico con l’orchestra, dove a monte le ombre inseguono e assillano il protagonista che con esse ingaggia i suoi monologhi. Sotto una pioggia d’estreme emozioni la personalità di Rigoletto è sedotta da travolgenti capovolgimenti sonori, scatenati ad arte col precipitare dei fatti indicati e accompagnati, con intelligenza e puntualità, nel corso d’opera.

La concertazione è suntuosa, per un’autentica Passione, oggi narrata dal solito Fischer-Dieskau, amabile e impeccabile, fragile, pio: un devoto lanzichenecco folle d’amore. Ed è un tenero burattino il suo Rigoletto: manovrato da un’invettiva maldicente che lo suggestiona, sopraffatto da un desiderio d’onnipotenza, questo Alichino policromo servitore si misura e si dispera con sé stesso attraverso l’audacia sfacciata del suo ritratto, come in un onirico racconto d’Oscar Wilde. Trema un vagheggiato Götterdämmerung, una ricreazione presagistica da Crepuscolo degli Dei. Il contrappunto di Verdi, attraverso una caritatevole mistica, regala febbrili emozioni identificando ogni personaggio mediante una caratteristica melodica, che il dramma propone come parte dell’inconscio del nostro buffone.

“Ho bisogno di vendetta come un uomo affaticato ha bisogno di un bagno” commenterà nel 1857 un altro maledetto tra consolazioni e Liebestod. Circondato da sentimenti di rivalsa, rabbia, sconforto e resignazione, l’io-Rigoletto s’interroga allo specchio tramite un ingegnoso quartetto riflesso dalla Scotto (Gilda) assieme alla Cossotto (Maddalena, l’anima adultera, sorella della morte) con l’adamantino Bergonzi (il Duca). I personaggi finalmente riuniti rappresentano il sovrapporsi dei corteggiamenti subiti in scena dal Triboletto, titano irascibile che sfida la natura sbeffeggiandola e nulla può contro la morte, riconsegnatagli puntuale in grembo alla dodicesima campana.

Gilda muore, lasciando il re nudo schiavo del suo scettro, marionetta ideale d’un dramma umano: il nostro quotidiano, orchestrato con eleganza. Attraverso Verdi, Kubelik eredita un regno felice, complice un cast stellare artefice di una delle più belle rappresentazioni mai allestite.

Paolo De Matthaeis

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Si che io vorrei morire

Si che io vorrei morire

Il Perchè di un madrigal cantando.

 

AretinoScrivere di morte fa sempre attualità, specialmente in questi giorni dove tutti fanno a gara nel misurarsi in sentimenti di umanità senza confini.

Il risultato delle atroci perversioni umane lo troviamo un po ovunque – figlio della banalità e della ingenuità infantile che passa persino nella riproduzione Artistica.

La notizia veloce e bombarola che piace tanto ai giovani capaci di condividere piatti di pasta, feste e atti osceni ha bruciato ogni senso pudico e ha succhiato senza pietà ogni possibilità d’immaginazione. Così siamo sbattuti, pubblicati, deturpati e decapitati con una bella tutina rossa in nome dell’Internet – l’unico vero Dio che tutti adorano.

S’avvicendano tra un’ascolto e l’altro le riproduzioni dei madrigali che dimostrano la competenza fascista ed integralista degli studiosi innamorati dei loro bei suoni, sedotti e farneticanti in volgari imitazioni di sentimenti che non esistono più. Poveri in canna, almeno a parole si professano appassionati e portatori di cultura coltivando platee intirizzite e turgide di esaltati alla stessa stregua degli “indemoniati” del Bataclan di Parigi.

La ricerca della sensazione forte o dello sballo s’è comunque fatta incarnata e tra le dolenti note mi risulta difficile trovare una risposta al perchè.

Qualche secolo fa esistevano persone geniali capaci di sognare ad occhi aperti, c’erano persone che raccontavano le favole ed erano talmente prese dai propri sogni che superavano l’immaginazione. Si moriva di più prima, si sapeva molto meno e questo contribuiva alla fermentazione di idee nel tentativo di volersi bene.

E’ il caso della nostra Letteratura così colma d’amore e di cose mai dette e sofferte tanto da essere paragonate alle battaglie e alle conquiste in guerra – persino la Morte diventava un atto erotico per il quale valeva la pena immolarsi.

 

Bramo morir per non patir più morte

E desidro che’l mio tanto dolore

Cavi quest’alma ormai del corpo fore

Tal che di me più non rida mia sorte.

Meco spesso mi dolgo di mia doglia

Dogliomi che fortuna omai non voglia

Trar quest’alma d’affanni e d’esta spoglia.

 

Ma poi che m’è concesso il vo’ pur dire,

Che ben può nulla chi non può morire.

 

Quell’aura così solenne dei nostri interpreti maschera un sentimento naturale e disloca la maggiorparte delle riproduzioni a grotteschi teatrini aulici che tracciano un confine tra oracolo ed umanità che segue la propria religione e parla con la bocca dei profeti divinamente imbrattati di calce e pece.

Il messaggio diventa chiaro, semplice avvolto di baci, emozioni e passioni.. spesso diventa esplicito e chi non può morire non può nulla.

Spesso ascolto qualche concerto che sa di prova capitale, un’esecuzione esemplare dove volano le teste nette alla ghigliottina – truci in volto, puliti ed adornati con semplici vestiti neri la solita armata di appassionati e bigotti cantautori imbracciano gli archibugi per recitar cantando l’ennesimo teatrino – di moine e gesti aggraziati degli indemoniati che sembrano pervasi dall’anima di Monteverdi che perdinci s’è incarnato e fa un mondo di versi strani, contorcendosi, piegandosi, languendo come un pulcinella vestito di bianco.

 

Sì, ch’io vorrei morire,

ora ch’io bacio, amore,

la bella bocca del mio amato core.

 

Ahi, car’ e dolce lingua,

datemi tanto umore,

che di dolcezza in questo sen’ m’estingua!

 

Ahi, vita mia, a questo bianco seno,

deh, stringetemi fin ch’io venga meno!

Ahi, bocca! Ahi, baci! Ahi, lingua! Torn’ a dire:

Sì, ch’io vorrei morire!

 

Bocca, baci.. LINGUA torno a dire – Il piacere, in torno.. alla ricerca di quegli humori nella scoperta di quel corpo bianco (vergineo e illibato) – la bocca del mio amato core in un’orda di lussuria offre la chiave di lettura per quel bianco e dolce Cigno che cantando more…

Il bianco e dolce cigno

cantando more, ed io

piangendo giung’ al fin del viver mio.

Stran’ e diversa sorte,

ch’ei more sconsolato

ed io moro beato.

Morte che nel morire

m’empie di gioia tutto e di desire.

Se nel morir, altro dolor non sento,

di mille mort’ il di sarei contento.

a_gentelleschi_susannaDi Mille morti il dì sarei contento… ripercorrendo il filo rosso fino a Pertrarca nel Canzoniere – Hor che il cielo e la Terra – dove descrive ancora una situazione ben nota alludendo il corteggio tra Cielo e Terra – FERE e AUGELLI diventano paradisi immaginari di sessi .. la Notte porta in giro il suo carro pieno di stelle – e di grazie – in una splendida geografia del corpo in un effimera lussuria che brama nel proprio letto.

Una visione notturna complice della trasgressione di quel che mi distrugge.. sface, disfa, rovina, consuma e mi sta sempre davanti per mia dolce “pena”.

E SOL ..ambiguo tra SOLE e SOLO se non alla FERA (fessura o pertugio come racconta un’altra Villanella) m’illumino e penso.. VEGGIO, PENSO, ARDO e PIANGO… così SOL d’una Chiara fonte che viva mi disseta con dolce e amaro – pascolo nell’erotismo, mi dielggio e m’improfumo d’umori carnali – una man sola mi risana e punge (pugna).. così da solo di mille volte il giorno muoio e rinasco in quell’atto impronunciabile e libidinoso che fa arrossire l’uomo sano.

 

Hor che ‘l ciel et la terra e ‘l vento tace

et le fere e gli augelli il sonno affrena,

Notte il carro stellato in giro mena

et nel suo letto il mar senz’onda giace,

 

veggio, penso, ardo, piango; et chi mi sface

sempre m’è inanzi per mia dolce pena:

guerra è ‘l mio stato, d’ira et di duol piena,

et sol di lei pensando ò qualche pace.

 

Cosí sol d’una chiara fonte viva

move ‘l dolce et l’amaro ond’io mi pasco;

una man sola mi risana et punge;

 

e perché ‘l mio martir non giunga a riva,

mille volte il dí moro et mille nasco,

tanto da la salute mia son lunge.

 

Potrebbe sembrare troppo fra le righe, potrebbe sembrare follia.. ma trovo il tutto bellissimo – affascinante e nello stesso tempo elegante attraverso la musica di Arcadelt, Lasso, Festa, Monteverdi ritroviamo quei segni di un’emozione – Quindi m’assale un dubbio, m’interrogo e anche se non professo la stessa guerra e la stessa religione e pergiunta lo stesso partito dei baciati dall’intelligenza effimera – mi domando se quelli che cantano, mimano e recitano conoscono loro stessi e siano in grado di trasferire le proprie emozioni.

Mi accorgo che quei teatrini sono falsi, perchè confondono la prassi e l’abitudine di vivere con l’estetica musicale figlia degli intelletuali con la barba.

Perchè ora la barba adorna le menti di qualsiasi imbecille alla moda in un gesto senza ormai significato se Aronne e sapienza si sposano con scelleratezza e bruta ignoranza nell’interpretare un gesto, un segno e una parola che ne sarà del nostro essere cittadini del mondo ?

barbaTrovo la musica classica assai noiosa, i concerti di polifonia da evitare come la peste perchè incapaci di darmi emozione – quasi quasi vedo a farmi tirare due schioppettate agitandomi mentre un “musicista” – quello vero – mica Allevi o uno qualsiasi – mi spara le sue note sataniche nelle orecchie violentandomi in tutti i pertugi invocando satana e  i mejomortacci del mondo – ovviamente io che uno spartito lo so leggere e magari non mi sballo in discoteca per trasformarmi in uno studente modello della Sorbona che per hobby lancia estintori sulle camoniette della polizia e protesta contro le università che non gli assestano la laurea idonea – io non appartengo alla fascia degli eroi – io negro e razzista nello stesso tempo – io fuori dal mondo e dalle razze non mi rimane che stare male in una società di valori nulli e imbecilli – giudicato nei tribunali dei conservatori e delle scuole dove si sta attenti alle pari opportunità concesse ai mendicanti che si professano poeti, musicisti, architetti, medici per guadagnarsi un pezzetto di paradiso, un pezzetto di pertugio dove rifugiarsi e formarsi.. magari anche riprodursi in una caotica babele di razze e brufoli d’ogni chiesa e religione.

Questa musica è falsa – questo cantare pure – recitano imperterriti i nostri angeli musici nell’imitazione della vita e di un modello che è ormai fottuto dall’ipocrisia.

 

S’io fusse ciaolo e tu,

s’io fusse ciaolo e tu lo campanile,

Io spisso spisso te vurria montare,

io spisso spisso te vurria montare.

Tutto lo juorno,

tutto lo juorno po vorria cantare!

E sempre mai saltare

e spisso spisso a te vasare,

e spisso spisso a te vasare.

E poi la sera nel pertuso entrare,

e poi la sera nel pertuso entrare.

E poi la sera nel pertuso entrare,

e poi la sera nel pertuso entrare.

Io spisso spisso te vurria montare,

io spisso spisso te vurria montare.

Tutto lo juorno,

tutto lo juorno po vorria cantare!

E sempre mai saltare

e spisso spisso a te vasare,

e spisso spisso a te vasare.

E poi la sera nel pertuso entrare,

e poi la sera nel pertuso entrare.

 

Paolo De Matthaeis