Pubblicato il

Lo Scettro e la Marotte

rigolettoRIGOLETTO – Giuseppe Verdi

Fischer-Dieskau · Bergonzi · Cossotto · Vinco

Orchestra del Teatro alla Scala

direttore – Rafael Kubelik

reg. 1964

Int. Rel. 27 Maggio 2005

2 CD

Deutsche Grammophon

CD ADD 0289 477 5608 8 GOH 2

 

 

De ce ciel bizarre et livide,
Tourmenté comme ton destin,
quels pensers dans ton âme vide
Descendent? Réponds, libertin.
-Insatiablement avide
De l’obscur et de l’incertain,
Je ne geindrai pas comme Ovide
Chassé du paradis latin.
Cieux déchirés comme des grèves,
En vous se mire mon orgueil;
Vos vastes nuages en deuil
Sont les corbillards de mes rêves,
Et vos lueurs sont le reflet
De l’Enfer où mon coeur se plait.
Horreur Sympathique, Les Fleurs du Mal (1857) Baudelaire


Lo Scettro e la Marotte

Era il 1832 quando Victor Hugo scriveva Le Roi s’amuse, dramma inscenato su Triboulet, un deforme buffone alla corte di Francesco I vittima di una maledizione, prigioniero di un incubo. Nel 1851 Giuseppe Verdi lo ripropone riadattato da Francesco Maria Piave e lo chiama Rigoletto, col riso amaro delle censure ad un intrigante opera di travestimento.

Triboletto diventa, dunque, Rigoletto, edulcorato protestante incapace di gridare la sua Fede, mascherato oltremisura con un nuovo costume. Solitario, circondato e divorato dalle proprie paure, soggiogato dalla purezza e dal peccato, carnefice di sé stesso, il giullare di corte dialoga e interagisce in una follia elegante con gli altri personaggi, schegge e ed emanazioni della sua stessa anima, ombre che lo irretiscono e lo terrorizzano.

Il castello esoterico costruito da Hugo crolla, così, sotto la drammaturgia del Piave, il quale costringe a un percorso a ritroso per ricostruire un simbolismo che era esplicito già a partire dai nomi dei personaggi. Marullo è il Marot dell’originale, la marionetta di Triboulet che narcisetta è riflessa e rivolta al chiassoso groppo dei cortigiani, vil razza dannata. Gilda – Blanche nell’idea originale di Hugo – è simbolo dell’anima trasparente e pura del buffone, vulnerabile e da proteggere come una figlia; perirà soggiogata e immolata alla passione e alle lusinghe, al peccato e dalla spregiudicatezza libertina del Duca.

Nel 1964, complice di una orchestrazione avvolgente, Rafael Kubelik manovra il suo Rigoletto in una storica registrazione Deutsche Grammophon assieme all’orchestra della Scala di Milano: ne dà una lettura sinfonica quasi dantesca, movimentando tripudi e parafrasi mefistofeliche tra continue sollecitazioni emotive, innestando una nuova e misteriosa ombra nel coro.

La rilettura di Kubelik introna finalmente Verdi sullo scranno di Re Lear brandendo lo scettro del romanticismo; imbocca il suo folle trascinandolo in un curioso dialogo religioso consumato attraverso la solitudine del giullare, inghiottito dalla propria personalità in un buio infinito che lentamente rapirà tutte le altre figure del dramma sopra un rustico palcoscenico di provincia.

L’ascolto è percepito tra diverse insenature somiglianti a un vero e proprio golfo mistico con l’orchestra, dove a monte le ombre inseguono e assillano il protagonista che con esse ingaggia i suoi monologhi. Sotto una pioggia d’estreme emozioni la personalità di Rigoletto è sedotta da travolgenti capovolgimenti sonori, scatenati ad arte col precipitare dei fatti indicati e accompagnati, con intelligenza e puntualità, nel corso d’opera.

La concertazione è suntuosa, per un’autentica Passione, oggi narrata dal solito Fischer-Dieskau, amabile e impeccabile, fragile, pio: un devoto lanzichenecco folle d’amore. Ed è un tenero burattino il suo Rigoletto: manovrato da un’invettiva maldicente che lo suggestiona, sopraffatto da un desiderio d’onnipotenza, questo Alichino policromo servitore si misura e si dispera con sé stesso attraverso l’audacia sfacciata del suo ritratto, come in un onirico racconto d’Oscar Wilde. Trema un vagheggiato Götterdämmerung, una ricreazione presagistica da Crepuscolo degli Dei. Il contrappunto di Verdi, attraverso una caritatevole mistica, regala febbrili emozioni identificando ogni personaggio mediante una caratteristica melodica, che il dramma propone come parte dell’inconscio del nostro buffone.

“Ho bisogno di vendetta come un uomo affaticato ha bisogno di un bagno” commenterà nel 1857 un altro maledetto tra consolazioni e Liebestod. Circondato da sentimenti di rivalsa, rabbia, sconforto e resignazione, l’io-Rigoletto s’interroga allo specchio tramite un ingegnoso quartetto riflesso dalla Scotto (Gilda) assieme alla Cossotto (Maddalena, l’anima adultera, sorella della morte) con l’adamantino Bergonzi (il Duca). I personaggi finalmente riuniti rappresentano il sovrapporsi dei corteggiamenti subiti in scena dal Triboletto, titano irascibile che sfida la natura sbeffeggiandola e nulla può contro la morte, riconsegnatagli puntuale in grembo alla dodicesima campana.

Gilda muore, lasciando il re nudo schiavo del suo scettro, marionetta ideale d’un dramma umano: il nostro quotidiano, orchestrato con eleganza. Attraverso Verdi, Kubelik eredita un regno felice, complice un cast stellare artefice di una delle più belle rappresentazioni mai allestite.

Paolo De Matthaeis

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *